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CAMBIARE SI PUO’: UN BILANCIO DOPO LA CHIUSURA DELLE LISTE ELETTORALI.

I termini di presentazione delle liste per le elezioni politiche del prossimo 24 febbraio sono ormai chiusi e, come da tempo era noto, non c’è una lista “Cambiare si può”. Dunque il progetto lanciato il 5 novembre scorso, espressamente finalizzato a “una presenza alternativa alle elezioni politiche 2013”,non si è realizzato e questa fase va considerata chiusa.

“Cambiare si può” non è – ad oggi – un soggetto politico e non gli competono, quindi, indicazioni di voto la cui scelta non può che essere demandata alle sensibilità, anche diverse, di coloro che al progetto originario hanno aderito.

Come componenti delle due delegazioni che si sono succedute, nell’ultimo mese, nei contatti con Antonio Ingroia, prima, e con la lista“Rivoluzione civile”, poi, riteniamo peraltro doveroso dar conto degli esiti della attività svolta e trarne alcune valutazioni (comuni tra di noi, pur con diversità di accentuazioni):

1) il processo avviato con il documento “Cambiare si può”,pur non avendo portato all’esito auspicato (per la brevità dei tempi, per nostre carenze organizzative, per valutazioni e scelte politiche diverse di alcuni dei potenziali protagonisti), ha comunque avviato un percorso: in termini di mobilitazione di decine di migliaia di persone e di centinaia di associazioni diffuse sul territorio e anche in termini di immissione nel dibattito pubblico di una chiara posizione alternativa al liberismo e alle forze politiche che lo sostengono o lo subiscono;

2) questo contenuto è stato recepito in maniera significativa nel programma della lista “Rivoluzione civile” la quale, per contro, ha disatteso le indicazioni tese a un diverso modo di fare politica (dal basso e in maniera partecipata), optando, nella formazione delle liste, per un metodo verticistico e spartitorio tra le varie forze che vi hanno concorso, sino al punto da non recepire le indicazioni di candidature effettuate da numerose assemblee territoriali promosse da “Cambiare si può”,creando così una diffusa disaffezione e demotivazione;

3) la necessità del progetto di rinnovamento della politica posta a base del documento “Cambiare si può” del 5 novembre 2012 resta più che mai attuale qualunque sia l’esito delle elezioni politiche. Per questo, pur astenendoci prima delle elezioni da una iniziativa politica diretta (anche per evitare un confronto viziato dalla diversità delle scelte elettorali), ci impegniamo fin d’ora a formulare, all’indomani del voto, un programma articolato per una ripresa del progetto “Cambiare si può” adeguato alla nuova fase politica, anche in vista delle prossime scadenze amministrative .

22 gennaio 2013

Bengasi Battisti, Antonio Bruno, Livio Pepino, Marco Revelli, Chiara Sasso

Alberto Bianchi 9 gennaio

Gli errori di Alba e «Cambiare si può», una rete dei movimenti (Il Manifesto, 9/1/2013)

Alberto Bianchi

In questa fase preelettorale tutti accarezzano i movimenti, proviamo allora ad esporre un punto di vista dal loro interno. L’articolo di Livio Pepino (sul manifesto del 30 dicembre), fa autocritica come gruppo dirigente di «Cambiare si può» sull’ennesima lista personale Ingroia, con annessa apertura al Pd e successivi incontri al vertice. Scrive: «Sì, forse siamo degli ingenui. Ma abbiamo ogni giorno sotto gli occhi che cosa ha prodotto la politica dei cinici», una conclusione amara e una resa. La radice dell’errore sta tutta dentro il «manifesto per un soggetto politico nuovo», un documento forte e innovativo dal punto di vista della critica al partito novecentesco e sull’agire politico dei suoi dirigenti ma che, stranamente, ha ignorato quei soggetti antagonisti reali che per primi hanno contestato e delegittimato la vecchia forma partito e proposto nuovi percorsi: i movimenti. Non vengono mai citati, solo indirettamente in chiusura, quando si afferma di non voler «sommare esperienze locali che restano locali», un sommario, brutto giudizio e l’inizio di una strada sbagliata. Sono state esperienze locali e insignificanti il movimento delle donne, dell’acqua, degli studenti, del Genoa Social Forum, della Tav, della pace ed altri ancora?
Gli estensori di quel «manifesto» terminavano con l’obiettivo di volere diventare «un soggetto che determini una trasformazione complessiva», volevano svolgere anche i compiti che spettano ai soggetti sociali? Si è dimenticato che la rappresentanza in parlamento e nelle altre assemblee non produce antagonismo sociale ma lo rappresenta soltanto. Con queste premesse, era chiaro che il confronto finale dei promotori di Alba era rivolto solo ai soggetti istituzionali; a questo punto erano inevitabili gli ingressi dei ceti politici baronali dei partiti ex Arcobaleno insieme al declinante partito personale di Di Pietro. Il risultato finale è l’ennesimo partito personale, Lista-Ingroia, un contenitore in stile Arcobaleno, con in più il culto della personalità che resuscita i vecchi ceti politici in crisi di rappresentanza.
Un altro errore è stato fatto dopo il disastro apocalittico delle elezioni 2008; le iniziative realizzate dal gruppo fiorentino di Paul Ginsborg a Palazzo Vecchio, quelle di Gigi Sullo con Carta, alle Piagge di Firenze, e in altre località e la rete@sinistra, diedero una elaborazione teorica e politica di alto profilo e lo spessore per una proposta politica forte e potenzialmente aggregante, ma tutto stranamente si fermò, perché?
Allo stato attuale, il danno è stato enorme: le diverse realtà di base sono state precipitate nelle stesse condizioni del 2008, senza una rappresentanza credibile, avendo di fronte solo organizzazioni partitiche o finti movimenti costruiti su autocrazie padronali. Si pone di nuovo la questione di un salto di scala di comitati e movimenti oltre l’ambito locale per appropriarsi della propria rappresentanza politica, per una «Rete dei movimenti» da costruire con modalità nuove, che sappia coniugare sia le autonomie dei comitati e movimenti sia la possibilità di avere una sponda politica propria, affidabile e credibile che superi le deleghe ai «professionisti» della rappresentanza politica. Occorre una risposta forte e corale contro il vergognoso boicottaggio del referendum sull’acqua bene comune; sulle risposte da dare alla crisi; per un salario minimo, il diritto al lavoro e il diritto alla casa; alle attività svolte dai centri sociali; alle iniziative contro grandi opere, inceneritori e discariche e molto altro ancora.
La costruzione di nuovi meccanismi della rappresentanza dei soggetti sociali in ambiti locali non può essere messa in cantiere secondo logiche e tempi preelettorali, ma sulle esperienze e le lotte di comitati e movimenti. Per aprire una riflessione e un dibattito, chi vuole imparare a nuotare deve buttarsi nell’acqua.

Lettera di Livio Pepino ad Ingroia 5 gennaio

Che è successo tra “Cambiare si può” e Antonio Ingroia? Lettera aperta di Livio Pepino – 5/1/2013

La campagna elettorale è cominciata e, con essa, le operazioni strumentali tese a confondere e a disinformare riducendo il confronto politico a gossip o a lite di condominio. Ha iniziato giorni fa su La Repubblica Ettore Boffano, con un articolo ancor più confuso e contraddittorio del solito, nel quale ha impegnato tutto il suo livore per accusare di «disonestà intellettuale» (concetto evidentemente a lui familiare) i «professori torinesi promotori di “Cambiare si può”», rei di avere, dapprima, tramato nell’ombra per propiziare una indebita candidatura di Antonio Ingroia e, poi, abbandonato il campo in polemica con le nobili candidature, a fianco di Ingroia, dei segretari dell’Italia dei Valori e dei partiti dell’ex Sinistra Arcobaleno. Prosegue, ieri, su La Stampa, Giuseppe Salvaggiulo che, mescolando pezzi di verità e plateali invenzioni, descrive il rapporto tra “Cambiare si può” e Antonio Ingroia come un percorso costellato di «scippi», «fregature», tradimenti e separazioni, evocando finanche una – mortificante quanto inesistente – anticamera mia e di Marco Revelli nel vano tentativo di farsi ricevere da Ingroia (sic!). La devastazione del costume non sta solo nella politica! So che non basteranno precisazioni e spiegazioni a frenare chiacchiericci e gossip. Ma ritengo doveroso provarci, soprattutto per sottolineare che il dissenso politico è cosa del tutto diversa dalle reciproche scorrettezze e dalle livorose recriminazioni. È una questione di costume che va ben oltre le vicende contingenti e che ha a che fare con un diverso modo di costruire la politica e i rapporti sociali.
Che cosa è dunque successo tra “Cambiare si può” e Antonio Ingroia? È successo semplicemente che la verifica sulla compatibilità dei rispettivi percorsi si è conclusa negativamente, che non ci sarà nessuna lista “Cambiare si può” (i cui promotori hanno deciso di farsi da parte e di proseguire il percorso fuori della vicenda elettorale) e che la maggioranza di coloro che vi avevano aderito ha scelto comunque, in questa situazione, di collaborare con la lista “Rivoluzione civile” promossa da Ingroia e da altri. Il tutto – potrà sembrare strano ma è così – nel rispetto reciproco.

Rispetto significa, peraltro, chiarezza e trasparenza, cioè esplicitazione pubblica delle divergenze, proprio per evitare interpretazioni legate a personalismi o peggio. Dunque, le ragioni del dissenso. Le mie – e quelle dei promotori di “Cambiare si può” spregiatamente definiti “professori” da giornalisti allergici al culturame – sono semplici e lineari. Abbiamo posto al centro del nostro programma due opzioni irrinunciabili. Una netta alternativa al liberismo, al governo Monti e a chi ne è stato il socio di riferimento (le destre da un lato e il Pd dall’altro) sulla base di una diversa idea di Europa, di sviluppo, di politiche per uscire dalla crisi, di centralità del lavoro (e non del capitale finanziario). E una altrettanto netta alternativa al sistema politico che ha caratterizzato gli ultimi decenni (anche a sinistra) portandoci allo sfascio attuale: un sistema soffocato da un rapporto corrotto con il denaro e con il potere economico, dalla trasformazione della rappresentanza in delega incontrollata, dalla incapacità di affrontare i problemi reali della vita delle persone; un sistema da trasformare nel profondo con segni tangibili di radicale discontinuità e con nuovi metodi, nuove pratiche, nuove facce (designate dai territori, all’esito di un dibattito pubblico, senza quote o riserve per ceti politici). Nel confronto con Ingroia – che ha avuto accoglienze calorose nelle nostre assemblee ma che non è mai stato indicato come nostro candidato premier – è emerso che proprio su questi punti c’erano diversità incolmabili. A nostro avviso la lista alternativa che si delinea sotto la sua leadership va in una direzione diversa da quella necessaria. Debole nel programma (pur con la dichiarata disponibilità a integrazioni a tutt’oggi non intervenute), subalterna alla logica del partito personale (almeno a giudicare dal simbolo), pronta a proiettare in primo piano le candidature dei segretari di partiti e partitini alla ricerca di un seggio (anche di chi si è distinto, in un recente passato, per il sostegno a quelle grandi opere il cui rifiuto è il cuore di un progetto veramente alternativo), essa ripete la logica della Sinistra Arcobaleno del 2008. Non basteranno a modificare il segno dell’operazione le candidature di alcuni (validi) esponenti della cosiddetta società civile, la cui esposizione finirà, al contrario, per indebolire e demotivare proprio quel mondo dei movimenti che è il nostro primo riferimento (come rischia di accadere in queste ore con improvvide proposte di candidature che rischiano di dividere il Movimento No Tav). E non basterà un pugno di eletti – se ci saranno – a dare prospettive di cambiamento al quadro politico.

Di qui – da questa analisi – la scelta di percorrere strade diverse. Ce n’è quanto basta senza bisogno di inventare disonestà intellettuale, scippi e tradimenti.

Livio Pepino

Lettera 30 dicembre Livio Pepino

Cambiare è difficile – Livio Pepino (Il Manifesto) 30/12/1012
Due mesi fa, in settanta (diversi per storie e provenienza ma uniti negli obiettivi), abbiamo lanciato il documento «Cambiare si può». Volevamo verificare la possibilità di una presenza alternativa alle elezioni politiche del 2013. Alternativa al liberismo, al governo Monti e a chi ne è stato il socio di riferimento (le destre da un lato e il Pd dall’altro) sulla base di una diversa idea di Europa, di sviluppo, di politiche per uscire dalla crisi, di centralità del lavoro (e non del capitale finanziario). E, poi, alternativa al sistema politico che ha caratterizzato gli ultimi decenni (anche a sinistra) portandoci allo sfascio attuale: un sistema soffocato da un rapporto corrotto con il denaro e con il potere economico, dalla trasformazione della rappresentanza in delega incontrollata, dalla incapacità di affrontare i problemi reali della vita delle persone; un sistema da trasformare nel profondo con segni tangibili di radicale discontinuità e con nuovi metodi, nuove pratiche, nuove facce (designate dai territori, all’esito di un dibattito pubblico, senza quote o riserve per ceti politici).
A che punto siamo oggi, due mesi dopo? Vale la pena ripercorrere le tappe del percorso. Abbiamo suscitato un entusiasmo impensato coinvolgendo in centinaia di incontri e assemblee, decine di migliaia di «cani sciolti» e orfani di partiti e sindacati ma anche associazioni, movimenti, gruppi, comitati: se ne facessimo l’elenco raggiungeremmo numeri a tre cifre. Sempre con lo stesso riscontro: se andate (andiamo) avanti forse torneremo ad appassionarci alla politica, forse andremo di nuovo a votare o voteremo finalmente con convinzione anziché per abitudine. E abbiamo avviato una contaminazione con alcune forze politiche: talora con asprezze, ma anche con l’aprirsi di nuove dimensioni dell’agire politico in vista di una collaborazione virtuosa (ancorché difficile). A metà percorso abbiamo incontrato il Movimento arancione (espressione di alcuni sindaci e, in particolare di Luigi De Magistris) che ci ha portato in dote, come possibile leader, Antonio Ingroia. Non era il nostro progetto e anche quella candidatura – al di là della stima personale per Ingroia – non era la nostra: per ragioni di forma (riteniamo che anche il candidato premier debba essere scelto dal basso e non precipitato dall’alto), per il rischio di un appiattimento della lista sulla questione giustizia (che è un tema fondamentale ma solo dentro una prospettiva più ampia di società e di sviluppo), per le posizioni aperturiste di Ingroia nei confronti del Pd e delle sue politiche in una dimensione di (auspicati) colloqui di vertice che non ci appartiene. Nonostante questo abbiamo accettato di avviare un processo unitario, anche per evitare che divisioni e settarismi (reali o presunti) travolgessero le speranze di cambiamento che avevamo suscitato. Lo abbiamo detto, peraltro, espressamente: il nostro candidato presidente non sarà il leader ma uno tra gli altri e il nostro portavoce non sarà un singolo ma un gruppo (in cui dovranno trovar posto un operaio licenziato dalla Fiat, una precaria del Sud, un esponente del Movimento no Tav: non come «fiori all’occhiello» ma come espressione visibile delle nostre priorità); tutti gli altri candidati dovranno uscire da un dibattito pubblico sui territori ed esserne espressione: la campagna elettorale andrà fatta con l’entusiasmo e la partecipazione (come accaduto nei referendum) e non con i soldi residui, portati da qualche partito, di quel finanziamento pubblico che tutti a parole contestano.
Forse eravamo (siamo) degli ingenui. Certo oggi, all’esito di quel percorso e alla vigilia delle elezioni, la lista alternativa che si delinea sotto la leadership di Ingroia va in una direzione diversa. Debole nel programma, subalterna alla logica del partito personale (basta guardare il simbolo…), pronta a proiettare in primo piano le candidature dei segretari di partiti e partitini alla ricerca di un seggio (anche di chi si è distinto, in un recente passato, per il sostegno a quelle grandi opere il cui rifiuto è il cuore di un progetto veramente alternativo), essa ripete la logica della Sinistra Arcobaleno del 2008. Non basteranno a modificare il segno dell’operazione le candidature di alcuni (validi) esponenti della cosiddetta società civile, la cui esposizione finirà, al contrario, per indebolire e demotivare proprio quella società. E non basterà un pugno di eletti – se ci saranno – a dare prospettive di cambiamento al quadro politico. Questa la situazione ad oggi.
Può ancora cambiare? Forse. Se Ingroia avrà il coraggio di rovesciare il tavolo e di privilegiare il rapporto con la società piuttosto che quello con il ceto politico, se metterà al centro i grandi problemi del Paese anziché le polemiche personali, se abbandonerà il leaderismo promuovendo la partecipazione. Ma dubito che lo farà e, dunque, questa lista, pur meno impresentabile di altre, non sarà la mia.
La domanda è, a questo punto, obbligata: abbiamo sbagliato nel buttarci in questa impresa? Non credo perché abbiamo, almeno, aperto una strada. E, dunque, non smobiliteremo, ma ci attrezzeremo meglio per le prossime scadenze. Sì, forse siamo degli ingenui. Ma abbiamo ogni giorno sotto gli occhi che cosa ha prodotto la politica dei cinici.

INGROIA E CAMBIARE SI PUO’: SCELTA NO TAV E SPAZIO ALLA SOCIETA’ CIVILE

Sui 10 punti programmatici CPS Ingroia ha ribadito la totale condivisione richiedendo una presenza di CPS al tavolo programma (se si ritiene utile ci rendiamo disponibili a continuare la nostra azione al tavolo programmatico).
In particolare ha ribadito la contrarietà alle grandi opere e la scelta No Tav accettando anche la nostra sollecitazione a organizzare una simbolica assemblea in Val di Susa. Ingroia ha anche affermato di farsi garante del recepimento dei 10 punti programmatici che CPS considera irrinunciabili.
In relazione alle voci di una sua solidarietà ai funzionari coinvolti nel massacro della Diaz ci ha ribadito di non aver mai espresso tali considerazioni e che sarebbe sua intenzione candidare, in posizione eleggibili , alcuni testimoni significativi della sottrazione di diritti.

Anche in relazione alla notizie di trattative, con il PD, per la desistenza al Senato ci ha riferito della infondatezza di queste voci ribadendo che il progetto di rivoluzione civile rappresenta l’alternativa al centrosinistra.

Rispetto alle candidature le liste saranno composte composte:

1. Ingroia in tutte le circoscrizioni
2. esponente società civile
3. indicazione forze politiche
4. esponente società civile

Al Senato prevalentemente società civile.

L’obiettivo è di avere un numero di prevedibili eletti della società civile dal 55 al 70% (in rapporto a quelle che saranno le percentuali di consenso) .

Anche nelle elezioni regionali e amministrative dove si presenterà il simbolo di rivoluzione civile non ci dovranno esserci simboli di partito e i candidati principali dovranno rappresentare la società civile.

Oggi Ingroia incontrerà i partiti e riferirà sulla sua volontà di attendere le indicazioni delle assemblee di CPS fino a sabato.
Per eventuali proposte di candidature inviare le deliberazioni assembleari a:

antonio bruno bruno@aleph.it
Bengasi battisti bengasi.battisti@gmail.com

che provvederemo a inviarle a Ingroia.

L’incontro si è concluso alle 18.45

Bengasi Battisti Antonio Bruno

Incontro con Ingroia

«Un altro incontro è stato quello con gli emissari di Cambiare si può – il genovese Antonio Bruno e Bengasi Battisti, sindaco attivissimo nella vertenza sull’acqua. Con loro Ingroia è stato piuttosto esplicito nell’accettare i punti di programma e nell’invito a esprimere nomi da candidare provenienti dallo spazio pubblico aperto dall’appello dei 70. La parola passa ora alle assemblee locali di Cambiare si può dopo il referendum telematico che aveva dato il via alla continuazione dei rapporti con Rivoluzione Civile»
Da un articolo di liberazione.it di Cecchino Antonini

Io ci sto, di Emilio Molinari, presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua

Un contributo di Emilio Molinari, presidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull’Acqua:

Io ci sto.
Penso di essere stato tra i primi firmatari di “Cambiare si può”.
Non milito in nessun partito da almeno 20 anni.
Dedico il mio tempo a far crescere movimenti reali che, come quello dell’acqua, sono stati vittoriosi, trasversali e portatori di nuovi paradigmi.
Ho votato telematicamente con convinzione: “SI” e ho evitato finora di intervenire nel dibattito in rete.
Ma permettetemi una considerazione. Il dibattito è stato interessante, onesto, ma certamente poco coinvolgente. Non è stato proiettato a “conquistare” nuova militanza e nuove adesioni fuori dal microcosmo dei nostri desideri di ceto più o meno politico, con i nostri passati, le nostre ferite e i nostri bisogni di auto referenzialità, i nostri “furori” non più giovanili, non diversi (se non peggiori) da quelli dei partiti.
In “Cambiare si può”, ognuno ha travasato, talvolta con arrogante certezza intellettuale o ideologica, il proprio “sogno”, il proprio modello di soggetto politico compiuto e pensato a prescindere dalla realtà. Ha brandito le proprie convinzioni troppo spesso con inaccettabili insulti, per porre discriminanti: o è così o è un tradimento, o è così o non ci sto, o è così o non boicotto ma mi faccio da parte.
Temo d’aver percepito che questo ragionare abbia allontanato persone interessate, creato scontentezze invece di entusiasmi, allontanato compagni ed esperienze invece di caricare la molla dell’impegno e allargato le adesioni.
Anch’io avrei preferito un passo indietro dei segretari di partito, anzi, avrei voluto di più, avrei voluto che i partiti cogliessero l’occasione per rimettere in discussione sé stessi, facessero i conti con i loro paradigmi e i loro fallimenti ecc. Avrei voluto che Ingroia non occupasse tutta la scena e non parlasse solo di inchieste ma dei grandi problemi sociali.
Avrei voluto tante cose… ma la ragione principale per la quale ho sottoscritto l’appello è un’altra. È che penso si stiano chiudendo tutti gli spazi della politica. Che i movimenti oggi costruiscono la politica vera, ma hanno comunque bisogno di referenti istituzionali che tengano aperte le contraddizioni.
Che occorre fermare la monetizzazione dei beni comuni, mantenere viva l’idea di pubblico e di partecipazione e affrontare il nodo del lavoro senza dover inseguire l’improbabile crescita.
Perché il PD non è un argine al montismo, ma ne è la causa, e non lo può più essere nemmeno SEL. Perché la lista che vogliamo costruire aiuta tutto ciò che di sinistra sta ancora nel centro sinistra stesso e può avere un ruolo positivo anche sul Movimento 5 Stelle e tutto questo non è poco e sopratutto è utile al nostro paese.

Tutti insieme verso il cambiamento!

E’ necessario, in questi dialoghi in rete – esattamente come è necessario nelle assemblee dove ci si guarda in faccia – anzitutto il rispetto reciproco. Altrimenti viene meno tutto lo spirito costruttivo che stava dentro la carta dell’appello iniziale della campagna Cambiare si può. E a quel punto, allora, si può benissimo mandare tutto all’aria.
Siamo a un punto in cui una parte di chi ha aderito al percorso proposto dalla campagna Cambiare si può ha votato per sostenere Ingroia. Altri no. Chi ha scelto di sostenere Ingroia, lo ha fatto perché ha ritenuto che dei due obiettivi iniziali, quello sui contenuti, per dare vita a un quarto polo, fosse sufficiente ad aderire. Chi ha votato No, lo fatto in quanto il percorso di CSP aveva tra gli obiettivi la democrazia partecipativa, ovvero una rete di assemblee che, territorio per territorio, scegliessero i propri candidati, mentre la lista è stata ed è costruita diversamente.
Dunque, anzitutto facciamo sì che chi ha votato Sì rispetti chi ha votato No, e viceversa. Non dobbiamo perdere di vista, mai, lo spirito comune, al di là delle divergenze e delle differenze.
Dopodiché, se è vero che la prospettiva della democrazia partecipativa è un lungo percorso ancora da fare, su questo possiamo e dobbiamo stare tutti insieme, al di là del sostegno personale o meno alla lista Ingroia. Si tratterà allora di ricomporre le divisioni in merito ad essa e lavorare per quella prospettiva di un rinnovamento della politica dal basso che stava negli intenti iniziali di CSP. Mettendo da parte il “chi ha ragione”, e lavorando per lo spirito di condivisione che ci ha accomunato fin dall’inizio.
Cambiare si può e ….. visto il panorama ….. cambiare si deve!

Esito votazione telematica

CHIARA SASSO – LIVIO PEPINO – MARCO REVELLI
SULL’ESITO DELLA VOTAZIONE TELEMATICA

la consultazione telematica tra coloro che hanno aderito a “Cambiare si può” circa l’opportunità di proseguire nell’iter di formazione di una lista comune (oggi, dopo la presentazione del simbolo, “lista Ingroia”) si è conclusa alle 24.00 del 31 dicembre. Hanno votato 6.908 su circa 13.200 aventi diritto al voto: i SI sono stati 4.468 (64,7%%), i NO 2.088 (30,2%%) gli astenuti 352 (5,1%%).
Il risultato è dunque chiaro, e richiede una pronta attuazione. Tenendo conto di tre elementi di fatto:

1. “Cambiare si può” non è, non è mai stato, non ha mai voluto essere un soggetto politico. Le 70 persone che hanno sottoscritto il documento iniziale proponevano una “cornice” comune per la formazione di una lista elettorale di “cittadinanza politica attiva”. Quel progetto non si è realizzato e resta quindi nel suo stato originario di proposta politica e organizzativa da approfondire in futuro.

2. Parallelamente a quel progetto si è sviluppata una iniziativa che ha portato alla presentazione della “lista Rivoluzione civile” o “lista Ingroia”. La consultazione telematica tra gli aderenti a “Cambiare si può” ha dato una indicazione nettamente maggioritaria nel senso della opportunità di continuare a interloquire con tale lista al fine di vedere in essa rappresentate, almeno parzialmente, le istanza sottese al progetto di “Cambiare si può”. A ciò occorre procedere al più presto.

3. Il nostro mandato si è concluso e per quanto ci riguarda non è rinnovabile. Era stato deciso in assemblea il 22 dicembre e comprendeva la presa di contatto e la “trattativa” fino al 28 dello stesso mese, nonché la verifica telematica delle “regole” (cosa che appunto si è appena conclusa). Non abbiamo d’altra parte mai nascosto la nostra opzione negativa rispetto alla questione sottoposta al voto, e non crediamo che esistano uomini e donne “per tutte le stagioni”. Pur prendendo doverosamente atto della volontà della maggioranza riteniamo che ad avviare i nuovi colloqui debba essere un diverso “gruppo di contatto” che abbia condiviso la posizione prevalente. Esso avrà il difficile compito di presidiare i punti già acquisiti nei precedenti colloqui, e in particolare gli elementi di programma sottolineati nella prima mozione del 22 (rimessa in discussione del fiscal compact e delle politiche di austerità imposte dall’Europa; rifiuto della logica delle grandi opere a cominciare dal TAV; politiche del lavoro e dei relativi diritti; difesa e rilancio del welfare e della laicità e pubblicità della Scuola e dell’Università; taglio della spesa militare, cancellazione delle missioni militari all’estero e politica della pace; politiche di accoglienza e dei diritti dei migranti) e di limitare al massimo i danni sul versante delle pratiche di formazione delle liste, sostenendo il metodo della piena pubblicità e territorialità dei processi e delle scelte.

ESITO VOTAZIONI

 votazione telematica. Hanno votato in 2114 con questi risultati:

Mozione 1: 1.826 SI

                     201 NO

                       87 voti nulli, o astenuti

Mozione 2:   1.825 SI

                       157 NO

                       132 voti nulli o astenuti.